È una delle domande che mi vengono fatte più spesso, spesso in modo indiretto: "non so se il mio problema sia abbastanza grave per giustificare un percorso". La risposta breve è che non esiste una soglia di gravità da superare. Non serve una diagnosi, né un evento traumatico riconoscibile, né una crisi acuta.
Molte delle persone che scrivono per un primo colloquio non stanno "male" in senso conclamato. Hanno una vita che, da fuori, funziona: lavoro, relazioni, responsabilità gestite. Quello che le porta a scrivere è più sottile: una sensazione di distanza da se stesse, una fatica che non si spiega del tutto con la stanchezza, una domanda che tornano a farsi senza trovare risposta.
Alcuni segnali che vale la pena ascoltare
- Senti che, nonostante tutto proceda, qualcosa dentro resta fermo o bloccato.
- Noti che certe emozioni si interrompono prima di arrivare fino in fondo, oppure che il corpo reagisce (tensione, stanchezza, disturbi del sonno) prima ancora che tu capisca il perché.
- Stai attraversando un cambiamento — una perdita, una transizione, una decisione importante — e senti il bisogno di uno spazio che non hai altrove.
- Ti ritrovi a ripetere schemi che riconosci ma non riesci a modificare da solo/a.
- Semplicemente, senti una curiosità genuina verso te stesso/a, senza che ci sia un problema specifico da risolvere.
Non è un impegno a lungo termine
Il primo colloquio non impegna a nulla. È uno spazio per esplorare insieme il motivo per cui hai deciso di scrivere, e per capire, prima io e poi tu, se questo è il percorso giusto in questo momento. Se dopo il primo incontro senti che non fa per te, va bene comunque: fa parte di un processo sano riconoscerlo.
Se ti riconosci anche solo in parte in quello che hai letto, non devi avere le idee chiare per scrivermi. Puoi anche farlo solo per farti un'idea, senza alcun impegno a prenotare.